martedì 24 aprile 2012

Una giornata dedicata alla meningite


UNA GIORNATA DEDICATA ALLA MENINGITE

Mille casi all'anno in Italia, comitato lancia una petizione da firmare online e una campagna di informazione

 

MILANO - Sono circa mille, ogni anno, i casi di meningite in Italia. Volti, storie e testimonianze diventano protagonisti di un video per far capire come dietro ogni singolo caso di questa malattia, vi siano persone, famiglie e intere comunità. Questo è infatti il tema al centro della campagna che il Comitato nazionale contro la meningite lancia per la Giornata mondiale dedicata a questa la malattia, in programma il 24 aprile.
PREVENIRE - «La meningite continua a colpire - ricorda la presidente del Comitato Amelia Vitiello - e purtroppo questo non sembra sufficiente per far sì che l'attenzione delle istituzioni, dei media e dell'opinione pubblica si concentri sugli elementi che già abbiamo per poterla prevenire e sconfiggere: l'informazione, la prevenzione, la diagnosi tempestiva e la formazione. Per questo con i membri del Comitato abbiamo deciso di mettere la nostra faccia e quella dei nostri angeli per far capire che la meningite non sono solo freddi dati, ma famiglie e intere comunità». Storie vere, dunque, sono al centro di un video trasmesso dalle tv e in Rete, per sensibilizzare il maggior numero di persone e invitarle a firmare la petizione nazionale che chiede alle istituzioni di accompagnare i piani di vaccinazione con un'informazione completa su rischi e sintomi legati alla meningite e sulle modalità e gli strumenti più efficaci per poterla combattere. Ma anche, «così come indicato nel Piano nazionale prevenzione vaccinale 2012-2014, controllare e fare in modo che tutte le regioni assicurino una copertura vaccinale maggiore o uguale al 95% per la vaccinazione antipneumococcica e antimeningococcica nei nuovi nati e, nel caso della meningite meningococcica, negli adolescenti». E ancora: fare in modo che «tutti i pronto soccorso pediatrici e le principali strutture di cura e ospedaliere italiane - chiedono i promotori della petizione - si dotino, in maniera omogenea, di strumenti di diagnosi tempestiva per la meningite che aiutino medici e operatori sanitari a riconoscere tempestivamente la malattia consentendo l'immediata somministrazione della più appropriata terapia antibiotica».
LA MALATTIA - La meningite è una patologia che può colpire tutti, adulti, ragazzi, ma soprattutto bambini sani, compromettendone irreversibilmente l'esistenza, perché può portare alla morte o lasciare disabilità permanenti su coloro che sopravvivono. Viste le caratteristiche particolari della meningite, i suoi sintomi - febbre alta, mal di testa, rigidità nucale, vomito, convulsioni - che possono essere confusi con malattie più comuni, e il decorso spesso rapido e acuto della malattia, al momento la prevenzione costituisce l'arma più efficace per contrastare la meningite. Attualmente sono disponibili vaccini contro 4 dei 5 ceppi più pericolosi di meningite meningococcica (A, C, Y e W135), contro la meningite pneumococcica e contro l'emofilo di tipo b. È in fase di sperimentazione il vaccino contro l'ultimo ceppo di meningite meningococcica finora non coperto, il ceppo B. «L'approvazione del nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale è un primo importante passo verso la sconfitta della meningite, perché pone degli obiettivi concreti basati sulle armi a disposizione - afferma Vitiello -. Confidiamo ora che le regioni garantiscano l'attuazione degli obiettivi inseriti nel piano». Per sottoscrivere la petizione nazionale si può consultare il sito www.liberidallameningite.it, o la pagina Facebook del Comitato al link www.facebook.com/comitatocontrolameningite.

(Fonte: Adnkronos Salute)

Depressione post-parto: affrontarla senza pregiudizi


CHE COSA FARE QUANDO L'ATTESA NON È ABBASTANZA DOLCE

Esiste anche una depressione pre-parto, da affrontare senza pregiudizi: ridurre lo stress materno fa bene al nascituro

 

MILANO - Che esista la depressione post partum è noto, ma che depressione, ansia e stress possano colpire, e duramente, in gravidanza, in quella che definiamo "dolce attesa", è più inaspettato. E come queste patologie ricadono sul bambino già nato, così ricadono sul bambino che ancora deve nascere. «Dobbiamo riflettere su questi temi non per fare del terrorismo, né, tanto meno, per incolpare le donne, bensì per capire che questi disturbi non vanno sottovalutati, all’insegna del "tanto passerà", ma curati. E curarli è possibile anche in gravidanza — chiarisce Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano —. Le donne che nel periodo prenatale hanno un assetto psicologico alterato hanno più probabilità di aumentare, anziché di diminuire, le "dosi" di fumo, di nutrirsi male e, di conseguenza, di aumentare troppo, o troppo poco, di peso. Inoltre, stress e ansia durante l’attesa sono associati a un rischio dalle due, alle tre volte maggiore di sviluppare disturbi dell'umore nel periodo postnatale».
Il futuro bambino come risente di tutto questo?
«La madre costituisce per il figlio il 50% del suo patrimonio genetico, ma durante la gravidanza è il 100% del suo ambiente — prosegue Mencacci —. E in quell’ambiente il bambino forma il suo sistema nervoso centrale. È facile capire che, se l’assetto psicologico della mamma è alterato, questo influenza lo sviluppo del nascituro. Secondo la fetal origin hypotesis, le esposizioni "ambientali" in epoca prenatale, e tra queste anche lo stress e le diverse forme di psicopatologia materna, possono avere effetti durante tutto il corso della vita del bambino».
Come agisce lo "stato d’animo" materno sullo sviluppo del sistema nervoso centrale del feto?
«In diversi modi — spiega lo specialista —. Il primo è il trasporto via-placenta degli ormoni legati allo stress; il secondo, meno diretto, è la diminuzione della pressione arteriosa a livello placentare, con una conseguente ridotta crescita della placenta e, quindi, del feto. In entrambi i casi, aumenta il rischio di pre-eclampsia, aborto spontaneo, parto prematuro, basso peso alla nascita e diminuita circonferenza cranica. Inoltre, una condizione di elevato stress in epoca prenatale può causare un’alterazione dei sistemi di risposta allo stress stesso e diversi studi hanno messo in evidenza quanto questo possa avere effetti negativi, non solo sullo sviluppo neurologico del feto, ma a lungo termine sul versante emotivo e comportamentale, e perfino sulla predisposizione nella vita adulta a patologie come ipertensione arteriosa e diabete 2».
Le difficoltà psicologiche della madre in gravidanza quali "sintomi" immediati possono causare nel bambino?
«Si possono tradurre — risponde Mencacci — in marcata irritabilità, pianto eccessivo, mimica poco sorridente, ridotta vocalizzazione, coliche più frequenti, aumento dei tempi di addormentamento, alterata reattività. Durante l'età dello sviluppo si possono presentare perfino ritardo dello sviluppo motorio e mentale, iper-reattività, problemi comportamentali, cognitivi, dell’attenzione, disturbi d'ansia e di regolazione emotiva».
La relazione madre-figlio, una volta che il bimbo è nato, come risente dello stato psicologico della mamma?
«È probabile che gia la donna durante la gestazione viva negativamente la propria maternità, si senta in difficoltà nell’adattarsi al proprio ruolo di donna-madre e nel rispondere alle richieste implicite nel suo ruolo. E così il neonato rischia di ricevere scarse cure, di essere meno "guardato" o preso in braccio. Questo può comportare un aumento del rischio di sviluppare uno scarso, se non negativo, legame di attaccamento, fondamentale per il corretto sviluppo emotivo del bambino» spiega lo psichiatra. Visto il quadro preoccupante, sarebbe certo meglio riuscire ad affrontare i problemi psicologici prima di programmare un figlio, ma non sempre si riesce a farlo.
E, allora, si può ricorrere a farmaci senza mettere ancor più in pericolo la salute del bambino?
«Gli interventi sono psicologici, — dice Mencacci— ma nei casi più gravi, c’è anche la possibilità di utilizzare terapie farmacologiche alla luce del fatto che il mancato trattamento ha conseguenze sul benessere fisico e mentale della donna e del feto bambino peggiori di quelle che si temono dai farmaci».
Per saperne di più su depressione e ansia in gravidanza e dopo il parto si possono consultare i siti Depressionepostpartum.it e Centropsichedonna.it

 

Con un bel poster la verdura piace di più


CON UN BEL POSTER LA VERDURA PIACE DI PIU'

 Stratagemmi per abituare i bambini alla dieta

 

Se il vostro bambino disdegna verdure e legumi potete ricorrere a un trattamento subliminale, appendendo un bel poster di ortaggi colorati in cucina. Dopo averlo avuto sotto gli occhi per un po’ di tempo, i suoi gusti cambieranno: lo dice uno studio pubblicato su Jama Journal of American Medical Association da ricercatori della Minnesota University di Minneapolis, che in questo modo sono riusciti a triplicare il consumo di carote e piselli fra gli alunni di una scuola elementare della cittadina di Richfield.
LO STUDIO - Lo studio ha confrontato il comportamento alimentare degli scolari in due giorni scelti a caso (7 febbraio e 9 maggio 2011) nei quali è stato servito il medesimo menu, ma solo il primo giorno era stato appeso sulle pareti della mensa un poster di frutta con bellissime carote in evidenza. In entrambi i giorni gli scolari erano liberi di scegliere anche mele grattugiate o fette d’arancia al posto delle verdure. I calcoli sono poi stati fatti sottraendo la quantità di verdure consumate da quelle dispensate, tenendo conto anche di quelle lasciata nei piatti, sui tavoli e per terra dopo che i bambini avevano lasciato la mensa. Dividendo gli avanzi per il numero effettivo dei convitati di ogni giorno è stato possibile risalire al consumo pro capite nei due giorni. Quello dei piselli è aumentato dal 6,3 al 14,8% e quello delle carote dall’11,6 al 36,8%, un incremento risultato statisticamente significativo.
IL METODO - Il metodo individuato dai ricercatori di Minneapolis non richiede certo un particolare training e fa risparmiare tempo e denaro rispetto a più costose sessioni di apprendimento per classi raggruppate con uno psicologo e l’eventuale coinvolgimento dei genitori. L’esperimento ha preso il via dalle raccomandazioni impartite dal governo USA per abituare i bambini fin da piccoli a un maggior consumo di frutta e verdura, che in questa fascia d’età risulta insufficiente con pesanti ricadute sulla salute generale contribuendo all’epidemia di obesità infantile che ha colpito gli Stati Uniti.
IL CASO DEL CANADA - Nel vicino Canada le cose non vanno meglio e uno studio su 94 mila adulti (18-69 anni) della Concordia University pubblicato su Nutrition Journal ha corretto il luogo comune secondo cui una mela al giorno leva il medico di torno: di mele infatti ce ne vorrebbero almeno cinque per evitare il rischio di diabete, ictus, obesità e ipertensione. A mangiar meno frutta e verdura sarebbero i canadesi meno istruiti e più poveri, mentre quelli agiati e con un livello di istruzione più elevato arrivano più o meno a 5 volte al giorno, preferendo mele e carote. In generale le donne ne mangiano più dei maschi (5,4 volte in confronto a 4,5) e il maggior consumo si registra fra chi ha una più forte rete sociale di amicizie.
GLI UOMINI E I MENO RICCHI - A non raggiungere la quota giornaliera raccomandata sono soprattutto i maschi, ma, indipendentemente dal sesso, anche chi è single, non ha figli, fuma e ha un’età attorno ai quarant’anni. I risultati indicano, concludono gli autori, che nonostante le campagne di sensibilizzazione finora svolte occorre incentivare il consumo di frutta e verdura soprattutto nelle classi meno abbienti. Chissà se regalando anche ai canadesi meno abbienti un bel poster da mettere in cucina, si potrebbero ottenere gli stessi risultati riportati nella scuola di Minneapolis.
Cesare Peccarisi – Corriere della sera: http://www.corriere.it/salute/nutrizione/12_aprile_22/poster-verdure-bambini-peccarisi_2fd9c15a-66b9-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml

 

Tv in sottofondo, un rischio per i bambini


TV IN SOTTOFONDO, UN RISCHIO PER I BAMBINI 


Uno studio ne denuncia i danni nei piccoli dagli 8 mesi agli 8 anni. Perché non sono multitasking, né devono diventarlo

 

MILANO – Il bimbo sta studiando, oppure sta facendo merenda o semplicemente gioca. Nel frattempo il piccolo schermo è rimasto acceso e continua a trasmettere suoni, immagini e stimoli. Nessuno considera quel televisore, ma tutti lo avvertono in realtà. E sui giovanissimi ogni giorno fa un piccolo danno, distogliendo la loro attenzione, disturbando la concentrazione, allenandoli a quella che gli studiosi chiamano concentratio interrupta e che è indubbiamente un male della nostra società, soprattutto se si parla di infanzia. Negli Usa i bambini vengono esposti in media a 4 ore di rumori e immagini da tv in sottofondo ogni giorno. E un nuovo studio, che verrà presentato in questi giorni a opera dell’Università della Pennsylvania, dell’Università di Amsterdam e dell’Università dell’Iowa, ne illustra tutti i rischi, affermando che la tv in background fa male, perché i bimbi non sono fatti per il multitasking: ne soffrirebbero la concentrazione, l'apprendimento, lo studio e la lettura.
MULTITASKING - Il tipo di società nella quale viviamo contempla l’esercizio di più mansioni contemporaneamente, grazie anche alla (o per colpa della) moltitudine di stimoli, alle tecnologie, alla filosofia dell’always on (sempre connessi). Gli esperti parlano di concentrazione intermittente, ma la tendenza un po’ schizofrenica del multitasking non è nella natura del cervello umano e tanto meno in quella dei bambini, fortemente penalizzati nelle loro capacità di apprendimento da questo bombardamento perenne. Per questo la tv in sottofondo fa male e ora lo dimostra anche questa ricerca internazionale il cui messaggio è molto chiaro: se nessuno sta guardando la televisione, spegnetela.

LO STUDIO - La ricerca, presentata in occasione dell’International Communication Association di Phoenix, in Arizona, ha analizzato le performance di 1.454 bambini americani dagli 8 mesi agli 8 anni prima di giungere a questi risultati. E come fa notare commentando lo studio il ricercatore dell'Università del New Mexico di Albuquerque, Victor Strasburger, questo stimolo di sottofondo che risucchia le energie e l’attenzione inconscia dei ragazzini è nocivo, proprio perché i bimbi non sono fatti per gestire simultaneamente più compiti e hanno invece necessità di convogliare tutte le proprie energie nella mansione che stanno svolgendo in quel momento.

PICCOLO SCHERMO - In molte case, come spiega Strasburger, la tv rimane accesa anche quando nessuno la guarda o la ascolta. È una forma di compagnia per gli adulti, ma per i più piccoli, soprattutto per i bimbi al di sotto dei due anni, questa eruzione continua può interferire significativamente con lo sviluppo del linguaggio. E del resto bisogna considerare che l’eccesso di esposizione alla televisione è già di per sé nocivo, tanto che l’American Association of Child & Adolescent Psychology sostiene che i giovanissimi cresciuti a pane e tv tendono a leggere ed esercitarsi meno, spesso sono sovrappeso e addirittura guadagnano meno in età adulta. Mentre l’American Academy of Pediatrics ne consiglia un utilizzo morigerato, che oscilla tra una e due ore al giorno (di programmi appropriati si intende) per i bambini sopra i due anni e l’astensione totale (possibilmente) per i più piccini. Senza contemplare ovviamente la tv in background. Il suggerimento, ricorrente, forse banale, ma sempre infallibile, è quello di leggere ai figli un buon libro. A tv rigorosamente spenta.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera: http://www.corriere.it/salute/12_aprile_23/televisione_bambini_dipasqua_212a2d52-8d33-11e1-a0b5-72b55d759241.shtml